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Io al centro, loro al comando


di Membro VIP di Annunci69.it SkyStar
27.01.2026    |    1.736    |    1 8.5
"Il mio sguardo scivolò istintivamente verso il basso, attirato da quella presenza difficile da ignorare..."
Avevo 24/25 anni, all’epoca per lavoro vivevo Milano di notte e di eventi. Comunicazione, PR, facce giuste e poca voglia di routine. Carmen era una presenza fissa in quel periodo: bellissima, irrequieta, sessualmente curiosa. Bisex, fidanzata con una donna, ma iscritta a siti di incontri solo per il gusto di spingersi oltre. Una libertina vera. Io la chiamavo “hippie 2.0”.

Quel giorno passai da lei prima di un evento. Era sul divano, computer aperto, aria concentrata. Stava chattando. Mi fece cenno di avvicinarmi.

Sul monitor comparve un uomo che non avevo mai visto. Sui quarant’anni, fisico curato, sguardo sicuro. Romano, sfacciato il giusto. Non sapevo chi fosse, né mi interessava. Ma si capiva subito che era preso. Molto preso. Carmen lo teneva in pugno senza sforzo.

Mi presentò così, al volo. Scambiammo due battute. Lui brillante, io neutro. Ma la scena era chiara: Carmen giocava, lui seguiva. Lei lo provocava senza esporsi, lui pendeva dalle sue reazioni. Era evidente che fosse disposto a tutto pur di compiacerla.

Poi chiudemmo la chiamata. Dovevamo uscire. Carmen abbassò lo schermo, si alzò, mi sorrise.

Non potevo immaginare che quell’uomo sarebbe diventato parte di un gioco più grande. Né che, senza volerlo, io ne sarei diventato un elemento fondamentale.

Qualche tempo dopo Carmen me lo disse senza troppi giri di parole.
Lui era venuto a Milano qualche sera prima. Si erano visti. Avevano scopato.

Me lo raccontò sul divano, come se stesse parlando di un viaggio riuscito bene. Disse che era stata un’esperienza fortissima, travolgente. Che non se l’aspettava così. Che il sesso con lui le aveva smosso qualcosa di primitivo. Rise, poi aggiunse una frase che mi rimase impressa: “Uno di quelli che ti fa mettere in discussione di amare anche la figa.”

Non la giudicai. Carmen era fatta così. Diretta. Cruda. Onesta fino a far male.

Qualche sera dopo tornai da lei. Dovevamo vedere un film, mangiare qualcosa insieme. Ambiente tranquillo. Prima di iniziare, però, mi disse molto serenamente che doveva rivedere Giuseppe in cam. Nessuna richiesta, nessuna scusa.

Le dissi di fare con calma, che io avrei preparato la cena.

Dopo 10 minuti mi chiamò al telefono. Io mi trovavo letteralmente due stanze più in là.
«Vieni un attimo di qua. Io e Giuseppe vogliamo farti vedere una cosa.»

La frase era chiara. Il tono ancor di più.

Entrai. Sullo schermo c’era lui, completamente preso dalla scena, con un cazzone duro, con cui dava colpetti sulla scrivania. Carmen era davanti alla webcam, senza alcuna intenzione di coprirsi, il corpo teso, lo sguardo acceso. Non stavano parlando. Stavano mostrando. A me.

Rimasi fermo un secondo. Poi dissi solo:
«Ragazzi… tutto bene? Ma io che c’entro?»

Non aspettai risposta. Chiusi la porta e tornai in cucina.

Carmen mi raggiunse poco dopo. Aveva ancora addosso quell’aria accesa, come se niente fosse successo. Mi guardò e mi chiese, senza girarci intorno, se mi fosse piaciuto.

Lei sapeva che avevo avuto avventure anche con uomini. Non era una novità. Le dissi però che sì, la scena mi aveva colpito, ma che su certe cose mi imbarazzo. Che preferivo essere coinvolto prima, non buttato dentro all’improvviso. Poi cercai comunque di sdrammatizzare, la liquidai con una frase mezza ironica, mezza onesta: che era davvero un gran bel cazzo e che capivo benissimo perché non riuscisse a rinunciarci.

Lei sorrise. Fine del discorso. O almeno così sembrava.

Un paio di settimane dopo partì per la Norvegia, dove viveva la sua fidanzata. Lì ci andava spesso per lavoro. Continuavamo a messaggiarci da buoni amici. Una sera mi scrisse che era giù di morale. Giuseppe era a Milano e lei dall’altra parte d’Europa. Le dissi di stare tranquilla che ci sarebbe stata sicuro un’altra occasione di rivederlo.

Ma Carmen quella sera si sentiva infelice. La compagna lavorava di notte, lei era chiusa in una stanza in Norvegia, senza voglia di dormire e senza voglia di stare da sola. Intanto stava chattando anche con Giuseppe, preparandosi ad una nuova cam insieme.

A un certo punto sbottò: era stanca di parlare con entrambi in posti diversi, di dividere l’attenzione.

Fu lì che le venne l’idea.

Mi scrisse che voleva che lo raggiungessi. Continuò dicendomi che Giuseppe era d’accordo, anzi mi disse che mi stava già attendendo.

Non so come facesse. Carmen aveva il dono di farti dire SÌ prima ancora che tu capissi a cosa stessi acconsentendo. Fatto sta che, con il consenso esplicito di Giuseppe, mi ritrovai a raggiungere l’hotel, tra l’altro a pochi chilometri dal mio appartamento.

Arrivai davanti la sua camera d’hotel. Bussai. Quando aprì la porta mi colpì la sua calma. Nessuna tensione imbarazzata, nessun giro di parole. Ci stringemmo la mano come due uomini che sanno esattamente perché sono lì. Mi offrì da bere. Parlò con quella romanità sicura, quasi rassicurante.

La stanza d’hotel era silenziosa, questo lo ricordo vividamente. Giuseppe era lì in intimo e accappatoio, il corpo allenato, spalle larghe e petto pieno. Aveva l’aria di uno che sa esattamente l’effetto che fa sulle persone. L’accappatoio cadeva sui fianchi, lasciando intuire più di quanto coprisse. Il mio sguardo scivolò istintivamente verso il basso, attirato da quella presenza difficile da ignorare.

Poi accese il computer.

Carmen ricomparve sullo schermo. Ci guardava entrambi. Non spiegò nulla. Non ce n’era bisogno. Eravamo lì per lei. Insieme.

In quel momento capii che non stavo entrando in un triangolo.
Stavo entrando in un gioco di controllo, desiderio e complicità in cui Carmen, anche a migliaia di chilometri, dettava le regole.

E nessuno di noi aveva davvero voglia di sottrarsi.

Giuseppe chiuse una porta alle mie spalle e non disse nulla. Si limitò a guardarmi, poi a guardare lo schermo. Carmen era lì, seduta sul letto in Norvegia, vestita poco, lo sguardo attento. Non era una spettatrice passiva. Era lei che teneva il filo.

«Avvicinatevi» disse. Secca.

Giuseppe si mosse per primo. Nessuna esitazione. Aveva quell’aria da uomo che sa cosa vuole e non ha bisogno di chiedere. Io lo seguii, sentendo già quella strana miscela di eccitazione e tensione che mi saliva dallo stomaco.

Carmen osservava tutto. Commentava. Guidava. Ci diceva come stare, dove metterci, cosa fare e cosa no. Giuseppe era complice, ubbidiva ma con piacere. Io invece sentivo di stare cedendo qualcosa, passo dopo passo. Il controllo, l’imbarazzo, l’idea stessa di ruolo.

Giuseppe prese il comando. Un gesto fermo, deciso. Mi fece capire subito chi era “l’uomo” della situazione. Si tolse gli slip, prese tra le sue mani la mia testa e l’abbassò verso di lui. Io non opposi resistenza. Non ce n’era bisogno. Succhiavo con un po’ di difficoltà considerando le dimensioni di quel pezzo di carne, ma proseguivo con gusto. Carmen voleva così.

Sul monitor lei sorrideva, si mordeva il labbro, ci incitava. Ogni tanto si fermava solo per guardarci, come se stesse verificando che stessimo seguendo il copione. Giuseppe la guardava per conferma, io per approvazione.

Non era solo sesso.
Era esposizione.
Era lasciarsi vedere mentre si cede.

Giuseppe ormai era carico e bello lubrificato, e fu lì che Carmen gli chiese di farmi provare quello che aveva provato lei. Neanche il tempo di terminare quella frase che mi ritrovai a pecora e impalato.

Lui usava una certa forza con me ma allo stesso tempo sicurezza, inizialmente sentii dolore, quasi mi sentivo umiliato, ma fortunatamente nel vedere una mia sofferenza più che godimento aggiustò il tiro, e fu così poi, che sentii pervadere il mio corpo da un orgasmo inarrestabile

Quando tutto finì, restammo in silenzio per qualche secondo. Carmen fu la prima a parlare. Disse solo: «Bravi.»

E in quella parola c’era tutto.

Giuseppe chiuse il portatile. Mi guardò, finalmente senza filtri. Un mezzo sorriso, complice. Nessun imbarazzo. Nessun bisogno di spiegare nulla.

Io mi rivestii lentamente. Quando andai via ci salutammo e soprattutto senza sapere se ci fosse mai stato più un secondo atto.
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